Tempo di bilanci

Sono nella piccola guardiola della pediatria, sono le 18:30 circa, l'unico rumore che accompagna i miei pensieri è il ticchettio della pioggia sulle grondaie e sulle foglie degli alberi e un monitor che suona in lontananza.
I bambini non piangono più perché le medicine che fanno tanta bua le hanno prese mezz'oretta fa e si sono già calmati.
Questo è il mio ultimo turno qui, siamo già arrivati all’inizio delle ultime volte, tutte quelle cose che vivi e che ti rendi conto non si ripeteranno. Così i momenti passano e scorrono davanti agli occhi che li catturano, avidi, consapevoli, che devono immagazzinare tutto, il più possibile, e nasconderlo in un cassetto della memoria, per poi essere ricordi pronti all’uso, in un momento di condivisione o di solitaria malinconia.
Cosa mi porto a casa da quest’esperienza? E’ ancora presto per dirlo, ancora prematuro dare risposte complete.. ma una cosa sicuramente l’ho fatta mia.
La pediatria. Questo posto, questo tipo di paziente, mi spaventava come nient’altro.
Non ho mai avuto a che fare con i bambini nella mia carriera, ho solo studiato pediatria e neonatologia durante la triennale e qualcosa nel master, ma è sempre stato un mondo molto lontano dal mio vivere quotidiano.
Così quando ho cominciato a lavorare qui e la mattina si decideva dove passare la propria giornata io sceglievo sempre i reparti con adulti. Non mi sentivo pronta, in grado, con abbastanza conoscenze, da poter assistere quelle piccole creature, così magnifiche e delicate, ma estremamente complesse nella malattia.
E se c’è una cosa che mi porto sempre con me e che mi ha insegnato una delle infermiere più in gamba che io conosca e che mi ha reso gran parte della persona che sono, è che un bravo infermiere sa riconoscere i propri limiti e lì si ferma. Individua le carenze e nelle carenze impara, riconosce il bene del paziente e di quello non abusa.
Un vero professionista sa scoprirsi piccolo e questo lo fa grande.
Per quanto categoria continuamente declassata, chi lavora in ospedale sa bene di quante responsabilità siamo caricati, e di quanta differenza possano fare le decisioni che prendiamo ogni giorno.
Così sempre memore, evitavo quel reparto dai minuscoli lettini.
Con il passare del tempo e le necessità organizzative mi sono trovata però costretta ad affrontare anche questa paura.
Mi dicevo che quest’esperienza l’avevo scelta proprio per uscire dalla mia zona confort, per crescere come professionista e come persona. E così piano piano, ogni giorno sempre meglio, studiando, chiedendo, affidandomi, ho iniziato a camminare a passo sicuro anche in quei corridoi.


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Corridoio di ingresso della Pediatria del Luisa Guidotti Hospital

A saper trattare e curare anche esserini di qualche settimana appena.
A non aver paura di quello che non conosco, ma ad abbracciarlo come l’ennesima sfida, e ad andarci incontro a testa alta, sicura che

ogni novità ha sempre un frutto da cogliere

sia quando si fatica, sia quando si vince.
Salutare la pediatria è un po' come salutare quest'anno, e un pezzetto di me.
Il pezzetto delle insicurezze, del non sentirsi abbastanza brava, pronta, preparata. Significa salutare la paura più grande che si celava dietro quest’esperienza, la sfida lavorativa per me più grande fino ad ora.
Chiudermi alle spalle le porte di questo reparto significa chiudermi alle spalle gli esseri umani che mi hanno dato di più in questo tempo africano.
Chi lavora con i bambini sono sicura sappia di cosa parlo.
I bambini ti portano nel loro mondo, ti costringono a fermare il tuo tempo ed a stare al loro passo, a metterti a sedere di fianco a loro ed aspettare pazientemente il momento in cui saranno pronti a farsi prelevare il sangue, a farsi medicare. Ti costringono a fare il pagliaccio, a creare giochi con i guanti, le penne, lo scotch, qualunque cosa tu abbia sotto tiro. Urlano come dei matti in preda al dolore e ti chiedono di smettere e di fare basta con quegli occhioni grandi tutti bagnati e tu pensi che ti odieranno per sempre, ma i bambini non sono come noi, non sanno odiare, e il loro per sempre ha di solito la durata di un’ora, e così il giorno dopo ti spiano dalla porta semi aperta e ti regalano un sorriso. E così tu sorridi a loro volta, consapevole che quel pensiero è frutto solo di una mente adulta, non più abituata al gioco della vita, quello che comincia e finisce giorno dopo giorno.
I bambini ti spingono poi a dare il massimo, quando sei stanco, arrabbiato, quando è la tua giornata no, non importa, hai di fronte un bambino, non puoi sbagliare, arrancare, venire meno.
Ti chiedono quella parte di te che non concedi, quella che viene dopo la fatica, dopo il rifiuto, ti chiedono la versione migliore di te e tu che nemmeno pensavi di poter resistere così, gliela concedi, a mani basse.

I bambini della pediatria sono stati il regalo più bello ed inaspettato.

Mi hanno donato i mesi più carichi, più difficili, ma i più grandi. Quelli delle domande esistenziali, dei dubbi più profondi.
Mentre li guardavo riprendersi e crescere, ero io che forse crescevo di più.
Mentre imparavo la pediatria e la neonatologia loro mi insegnavano la purezza del cuore.
E quando qualcuno di loro non ce la faceva, rialimentava ogni volta il senso d’ingiustizia che mi ha portato fino a qui. Le urla delle madri lacerate dal dolore mi facevano promettere che se quella vita aveva avuto un senso, era per toccarne altre, magari la mia, per farmi dire:

“oggi e sempre, provo a fare la mia parte”

Oggi qui a Mutoko di fronte a quest’ingiustizia, scelgo di non voltarmi.
Domani in Italia, con la stessa forza.
Quando siamo partiti diverse persone ci hanno detto che non potevamo cambiare il mondo..io sorridevo stretto, in parte d’accordo, Claudio a volte si arrabbiava, lui il mondo lo vuole cambiare. Mi ha sempre fatto sorridere questo suo essere categorico.
Ma capisco che la differenza sta proprio lì, nell’essere inamovibili, intransigenti, nel crederci davvero. Che magari il mondo non lo cambi davvero, ma anche che solo chi ci crede davvero fa cose grandi, solo chi è spinto da un vero fuoco, accende quello degli altri.
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E’ arrivato il cambio, è ora di andare, saluto i bimbi,
ignari del mare che ho dentro,
torno a casa e non mi volto,
non si sa mai mi dovessi fermare.